L’impatto del Covid19 sui consumi delle famiglie italiane

Giu 11, 2021 | News

    I DATI DELLE ULTIME STATISTICHE

      • Covid19, cambiano le abitudini delle famiglie italiane
      • Effetto a cascata sui consumi, che secondo una indagine Istat sono tornati a quelli del 1997
      • Nel 2020, inoltre, hanno perso il lavoro 262mila autonomi

      Dallo scoppio della pandemia l’organizzazione familiare e lavorativa degli italiani ha subito uno stravolgimento, la riduzione dei redditi da lavoro ha inevitabilmente avuto un effetto a cascata sui consumi che, secondo un’indagine ISTAT, sembrano essere ritornati a quelli del 1997.
      Resistono le spese alimentari (+2,8 miliardi di euro), aumentano i costi fissi (bollette di luce, acqua, gas, telefono, Internet), mentre cadono in picchiata i settori dell’abbigliamento e calzature (-13,2), viaggi e svaghi (-16,3), trasporti (-33).
      La spesa in termini reali è crollata del 12,3% (circa 5.000 euro in meno a famiglia), il PIL è diminuito di 137.000 milioni di euro, di cui 36.000 milioni dovuti all’assenza del turismo, da sempre fonte di ingresso fondamentale del nostro Paese.
      Inoltre, secondo alcuni dati, nel 2020 hanno perso il lavoro 262.000 lavoratori autonomi e senza gli aiuti adeguati, si rischia nel 2021 la perdita di altri 450.000 posti di lavoro.
      La Confesercenti ritiene che la brusca caduta dei consumi e del PIL si debba in primo luogo alle restrizioni delle attività imposte per frenare il propagarsi della pandemia, nonchè all’eccesso della burocrazia causato dall’emergenza epidemiologica: sono stati introdotti più di 1.000 atti e misure tra nazionali e locali per limitare gli effetti sanitari ed economici del Covid-19!
      La confusione derivante dalla gestione della crisi, avendo come obiettivo principale la salvaguardia della salute, ha tuttavia creato perdite economiche spesso irrecuperabili, in una complicata ricerca di bilanciamento con la tutela dell’economia. Gli interventi statali varati e non arrivati in tempo, o non sufficienti, le normative discordanti, le aperture e chiusure senza una giusta tempistica hanno inferto un durissimo colpo a vari settori, in primis alla ristorazione. Gli imprenditori hanno tentato di adeguarsi alle norme in continuo cambiamento ma, specie le piccole realtà locali, sono state costrette a chiudere definitivamente.

      Cambiamento nelle abitudini alimentari

      I consumi degli italiani si sono adeguati alla nuova realtà incrementando il delivery (la consegna a domicilio) e cambiando le abitudini alimentari. Da un’indagine realizzata dall’EngageMinds HUB, il Centro di Ricerca multidisciplinare volto a promuovere e svolgere attività scientifiche relative allo studio delle condotte di salute e dei consumi alimentari, è emerso che il 52% degli intervistati ha acquistato prodotti a km zero e a qualità certificata europea (dop, igp, stg), affidandosi alla produzione ‘made in Italy’. L’orientazione dei consumi pare abbia una ragione psicologica derivante dalla sensazione del pericolo del Covid, che ha generato diffidenza verso l’esterno ed incentivato gli acquisti di quei prodotti di cui è certificata l’origine. I prodotti ‘made in Italy’ sono preferiti anche da quei cittadini che più percepiscono il rischio economico, spingendoli ad acquistare ‘nostrano’ per solidarietà nazionale.

      Nord e Sud

      La stima della spesa mensile va da 2.500 euro per le famiglie del centro-nord a 1.900 per il sud, e anche se le aspettative di ripresa si basano sul reddito disponibile, bisogna tener in conto la riduzione del potere d’acquisto (2,6%), la propensione verso il risparmio (15,8%) e la situazione patrimoniale dei cittadini che, se pur solida, si è deteriorata.
      Le aree del centro-nord, con reddito pro capite più alto e con una maggiore diffusione della banda larga hanno sofferto meno l’impatto dello smartworking e della DAD, e aumentato gli acquisti di dispositivi informatici.
      La frattura tra Nord e Sud si sente anche in termini di qualità della vita: a causa del Covid perdono posizioni le grandi città turistiche come Venezia (-24 posizioni, 33a) Roma (-14, 32a), Milano (-11), Firenze (-12, 27a), mentre migliorano Bologna (+13, 1a), Verona (+3, 4a), Udine (+10, 6a), tuttavia le città del Sud consolidano la gerarchia, come Napoli (-11, 92a), Campobasso (54a), Sassari (62a), occupando gli ultimi 22 posti in graduatoria, a parte l’eccezione di Cagliari che sale al 9′ posto.
      Ne deriva il quadro di un’Italia che ha l’esigenza di reinventare modelli di vita: cambia la richiesta della tipologia immobiliare che predilige aree urbane più piccole, con maggiori spazi verdi e servizi capillari. “Abbiamo proposto al governo – ha dichiarato il Presidente dell’ANCI Antonio Decaro – un Piano da inserire nel Recovery Plan che punti sulla mobilità sostenibile, e cioè piste ciclabili, micromobility, sharing mobility, mezzi elettrici; un rifinanziamento del Piano periferie; un Piano cultura che punti a rilanciare l’attrattività turistica di piccoli centri e aree interne; un’Agenda digitale per banda ultralarga e servizi della Pa informatizzati”.

      La cultura e gli eventi

      Il distanziamento obbligatorio, la flessione dell’economia, le diverse restrizioni hanno influito su tutte le spese legate alla socialità. I settori che maggiormente hanno sofferto, assieme ad alberghi e ristoranti, sono stati cinema, teatri, musei e tutto il comparto degli eventi, che si sono sentiti declassati a ‘puro divertimento’, mentre si tratta di ‘cultura’.
      Ricordiamo una su tutte la manifestazione ‘Bauli in Piazza’ organizzata a Roma a Piazza del Popolo proprio per denunciare l’oblio in cui è caduto questo comparto produttivo. Il settore degli eventi è forse quello che più ha bisogno di pianificazione a lungo termine ed è quello che include maestranze e professionalità svariate, spesso precarie e con minori garanzie.
      Le località turistiche e le città d’arte hanno subito un’inflessione di ingressi molto grave (-43 miliardi) per tutta la serie di provvedimenti di blocco degli spostamenti interregionali e la difficoltà a viaggiare date le differenti restrizioni tra nazioni. Il Covid Certificate Europeo è visto da molti lavoratori del settore come un vero lasciapassare per quel flusso di turisti da sempre innamorati dell’Italia, affinchè l’estate sia foriera di una reale ripresa.

      Roberta Sciacca

      Source: www.blogsicilia.it